Archivia Novembre 25, 2021

Strappare lungo i bordi. E ZeroCalcare divenne il miglior storyteller dell’anno.

Ho visto “Strappare lungo i bordi” la serie di ZeroCalcare, distribuita da Netflix, uscita circa 10 giorni fa e già grande successo. Quanto Michele Rech, in arte ZeroCalcare, fosse bravo, si era capito già da tempo. La sua sensibilità, una certa attenzione a problematiche sociali, la sua capacità di raccontare, attraverso il fumetto, temi solo apparentemente comici, ne avevano fatto da tempo e a buon titolo, uno dei più bravi fumettisti di sempre.

Da quando è uscita la serie “Strappare lungo i bordi”, distribuita da Netflix, qualcosa sembra essersi smosso e finalmente. ZeroCalcare è stato consacrato non solo come fumettista, ma anche e soprattutto come narratore, come storyteller si direbbe oggi.

Saper raccontare non è una capacità di tutti: poche parole non prive di dettagli, immagini chiare e mai a caso, riflessioni profonde, molta empatia, parole sussurate per voce della propria coscienza, rappresentata dall’armadillo (non poteva avere doppiatore migliore che Valerio Mastandrea).

Il segreto di un successo così marcato è non solo nella capacità di racconto, ma anche nella modalità: una genuinità disarmante, un vivere quotidiano che potrebbe essere anzi che è il vivere di chiunque di noi, la scelta del romanesco che sottolinea la spontaneità dei personaggi.

Difficoltà quotidiane e tentativo di resistere in luoghi sempre troppo stretti, in una vita che non è perfetta, non è -appunto- strappata lungo i bordi, ma proprio per questo ugualmente bella e soprattutto autentica, sono gli ingredienti che vanno a completare una ricetta già perfetta.

Le riflessioni su vicende di vita che accadono a tutti ci spinge a ridere e a commuoverci, a riflettere certo ma anche a cercare un po’ di leggerezza. La stessa che ci farebbe dire, solo apparentemente fuori luogo: “S’annamo a pijià un gelato?”.

Bravo.

Freaks out e le persone fuori dal comune.

Ho visto Freaks out nonostante non sia il genere che di solito ricerco al cinema e nonostante non ami i film per certi versi mainstream: quelli che tutti guardano perché distribuiti molto bene.

Ritengo però, che quando un regista italiano riesce a mettere insieme un’opera come questa, meriti comunque attenzione. Per questo motivo ho deciso di vederlo, ma non solo. Il film è centrato sul tema della diversità intesa come valore e opportunità e non necessariamente come diffenrenza, limite o peggio motivo di discriminazione.

Ambientato durante la seconda guerra mondiale, il film racconta la storia di 4 personaggi da circo, ciascuno con le sue peculiarità, scelti perché hanno alcune caratteristiche predominanti. Freaks appunto. Sono: Matilde, ragazza capace di inviare scosse elettriche, Cencio, capace di guidare e gestire gli insetti, Fulvio, ricoperto di peli e dotato di una forza sovraumana e Mario, affetto da nanismo, capace di attirare gli oggetti metallici.
I quattro lavorano nel circo di Israel, un uomo di religione ebraica che gestisce il circo con grande dedizione. C’è la guerra e il circo viene presto bombardato, gli ebrei costretti ai campi di concentramento, mentre i quattro freaks riescono a fuggire. Israel propone di cercare fortuna in America mentre Fulvio vuole farsi assumere al Berlin Zircus di proprietà di Franz, nazista tedesco con sei dita della mano e poteri di chiaroveggenza.

Israel sparisce dopo aver raccolto soldi e adesioni per partire per l’America, mentre i quattro freaks decidono di separasi. Matilde decide di cercare Israel convinta della sua buona fede. Nella fuga, viene salvata da un gruppo di partigiani dopo essereera sfuggita a un tentativo di stupro. I partigiani, capitanati da Gobbo, cercano di trattenerla e aiutarla a ritrovare Israel nella speranza che Matilde metta a loro disposizione la sua elettricità. Nel frattempo Franz ha avuto la premonizione del suicidio di Hitler e dell’arrivo di quattro esseri dotati di poteri sovrumani. Vuole quindi radunare i freaks della zona, torturarli nel tentativo di individuare i salvatori. Fulvio, Cencio e Mario vengono assunti e sottoposti a torture su ordine di Franz. Venuta a conoscenza delle reali intenzioni di Franz, grazie ai partigiani, Matilde cerca i suoi tre amici, allo scopo di salvarli. Viene però catturata e trattenuta nel circo da Franz, che organizza uno spettacolo per dimostrare a tutti i poteri soprannaturali dei quattro, in modo da convincere i generali presenti allo spettacolo che possano essere utilizzati nella guerra. Durante lo spettacolo, Matilde scopre di poter controllare il proprio potere, non riuscendo nonostante le insistenze di Franz, a fulminare una tigre.

I quattro freak vengono chiusi in una cella e viene appiccato il fuoco per punirli. Matilde riesce a far saltare la porta e a salvare tutti. Nuovamente insieme, fuggono dal berlin Zircus e decidono di cercare Israel, inseguiti da Franz e dal suo esercito. Riescono poi a intercettare i treni della morte e a salvare gli ebrei, ma vengono raggiunt ida Franz e dai suoi uomini. Questi a loro volta vengono raggiunti dal gruppo di partigiani capitanati dal Gobbo e inizia una violenta battaglia, in cui i tedeschi sembrano avere la meglio. Matilde però, salvata da Israel che si sacrifica per lei, interviene ancora e mette a disposizione tutta la sua elettricità per scatenare una violenta esplosione. Non solo. Comprende di non avere più paura del proprio potere e delle proprie capacità.
Finita la battaglia, Franz si suicida e quattro nuovamente uniti, possono riabbracciarsi.

Un film spettacolare e straordinario insieme, ricco di effetti speciali e costumi e trucco da premio Oscar, è una perla di originalità nel panorama del cinema italiano. Recitato in modo impeccabile, in particolare segnalo un Pietro Castellitto (Cencio) in ottima forma, con un’interpretazione perfetta, una bravissima Aurora Giovinazzo (Matilde), un perfetto Claudio Santamaria (Fulvio) e un sorprendente Giancarlo Martini (Mario).
Meritano attenzione anche Franz (Franz Rogowski), molto centrato nel ruolo, Max Mazzotta (il partigiano Gobbo), mimica facciale eccezionale e il sempre bravo Giorgio Tirabassi (Israel).
Colpisce Gabriele Mainetti alla sua seconda importante prova da regista, che riesce con giochi formidabili di inquadrature e con un racconto serrato e mai banale a raccontare una storia credibile e fantastica insieme, onirica ma molto attuale, ricca di metafore e spunti di riflessione, pur contando su un cast eccezionale e in cui certamente ha trovato conferma.

Le cose che restano

Tempo fa ho voluto celebrare il mio ritorno al cinema con un documentario che è una vera perla nel mondo del cinema.

Presentato alla Mostra del cinema di Venezia fuori concorso, per la regia di Giorgio Verdelli, il documentario racconta la vita artistica di Ezio Bosso. Direttore d’orchestra, pianista e compositore, Ezio Bosso, scomparso a maggio del 2020, ha attraversato la sua breve vita esplorando la musica e proponendo le proprie opere con rara intensità.

L’amore per la musica lo ha accompagnato in ogni istante e lo ha spinto oltre tutti i limiti, compresi quelli, quasi sempre vissuti come apparenti e mai come impedimento reale, tracciati dalla malattia contro la quale ha combattuto per molti anni.

La sua conoscenza, la sua abilità con vari tipi di stumento musicale, la sua cultura profondissima e la sua enorme sensibilità, ne hanno fatto uno degli artisti più rappresentativi degli ultimi anni. Una sensibilità la sua, capace di andare oltre ogni apparenza, oltre ogni pregiudizio: sensibilità che probabilemnte si aspettava anche dalle persone che lo circondavano e lo spingevano ad agire sempre da uomo libero, andando fino in fondo all’obiettivo.

Un anarchico del mondo reale, del mondo dell’arte.

Il documentario racconta la vita di Ezio Bosso certo, ma soprattutto il suo infinito amore per la musica.

E c’è di più: suggerisce una profonda riflessione su ciò che resta, non solo inteso come ciò che non si allontana da noi, ma anche come ciò che ci viene lasciato dopo la morte.

Un’esperienza, quella che viviamo durante la visione, struggente e intesa, capace di lasciare una traccia profondissima dettata da una personalità così articolata, così complessa e per questo così unica.

Tutto un Cosmo dentro

Non conoscevo Cosmo se non per sentito dire, ma tempo fa sono inciampata in questo video, con alcune sue dichiarazioni prima di un evento, forse un concerto.

Cosmo, nome d’arte di Marco Jacopo Bianchi, ci racconta dal palco quanto sia complessa e difficile la società in cui viviamo. Una società che vive di competizione e apparenze, dove conti solo se sei un conto (cit.), dove l’auterovelozza viene misurata a cuori e “mi piace” e il valore a numero di follower.

Una società in cui stupide storie su Instagram sembrano essere il senso della vita di ciascuno e orribili selfie la misura in cui ci mostriamo agli altri. E se non ci mostriamo non siamo nessuno, non contiamo in questa società. E se per caso non arriviamo dove ci sono loro non solo non siamo nessuno, ma è anche colpa nostra se non siamo.

Se non lavoriamo, se siamo poveri, se non ci basta lo stipendio, se viviamo ancora in affitto. È colpa nostra. Invece è bravo chi ha denaro anche se fino a ieri era nei centri sociali, è bravo chi fa beneficienza ogni tre secondi e lo sbandiera ai quattro venti a bordo di una Lamborghini o mentre mostra il suo super attico a CityLife o come si chiami.

Sempre più spesso, mi trovo a pensare la stessa cosa e mi piace l’idea di salvare questo video comunicativamente potente, anzi potentissimo.

https://fb.watch/8uJPcZTl6i/

1°Maggio

Agli operai dei turni di notte, con le loro tute sporche di grasso e le mani stanche.

Ai lavoratori degli ospedali e delle ambulanze, che non si fermano perché per loro un minuto può fare la differenza.

Ai camionisti e autisti, perché guidare per certe strade è talvolta una roulette russa.

Agli impiegati di tutti gli uffici, che lavorano di giorno e di notte, che vorrebbero ogni tanto non sentirsi un tutt’uno con la sedia o il PC.

A chi lavora nei panifici perché per me realizza il prodotto più prezioso del mondo.

A chi lavora quando tutti sono in vacanza e si rilassano a tavola o in hotel, perché ha una pazienza rara.

A chi lavora nel commercio e nell’artigianato, perché non è facile trattare con il pubblico.

Agli operai dell’edilizia e dell’agricoltura, perché talvolta anzi troppo spesso rischiano la vita per un paese incapace di tutelarli.

Ai troppi morti sul lavoro, perché morire a lavoro è oltre ogni limite, oltre ogni dignità e logica.

A chi per il proprio lavoro lotta senza sosta, perché sa di aver subito un’ingiustizia, ma anche perché non accada a nessuno di sentirsi un numero o peggio ancora di troppo. Non siete soli. Non siamo soli.

A chi il lavoro lo cerca, dignitoso e in regola, per vivere e contribuire al futuro di questo paese, governato (si fa per dire) da troppo tempo da mediocri, incapaci di decidere, che tergiversano, fanno spallucce, trovano scuse, perché hanno perso per strada il senso di responsabilità, che fa di ogni essere umano una persona degna di tale definizione. Andate voi a casa.

A tutti quelli che lavorano per vivere e un po’ per sopravvivere.

Buon 1 maggio.

Magritte e l’amore malinconico

Una delle opere più rappresentative nel mondo dell’arte surrealista è senza dubbio quella di Magritte, Gli amanti, del 1928.
Attraverso due figure che sembrano baciarsi senza vedersi, coperti da due teli bianchi, Magritte ci racconta l’impossibilità di un amore incompiuto, forse malinconico, certamente difficile.

Colori in contrasto, teli bianchi come lenzuoli sembrano coprire quanto c’è realmente: un amore che va oltre quello che si vede in apparenza e si esprime nel profondo. Si esprime così una sorta di conflitto tra ciò che è nascosto e ciò che è apparente, come in un gioco continuo di contrasti e difficoltà a comunicare.

Questo essenzialmente il pensiero e gli intenti di Magritte, che lui stesso a proposito di quest’opera, oggi conservata al MOMA di New York, dichiarò: “C’è un interesse in ciò che è nascosto e ciò che il visibile non ci mostra. Questo interesse può assumere le forme di un sentimento decisamente intenso, una sorta di conflitto, direi, tra visibile nascosto e visibile apparente.”

Un cortometraggio Barilla

Un bellissimo esempio di nuovi linguaggi e comunicazione ce lo offre ancora una volta Barilla, con questo cortometraggio che racconta le origini della carbonara.

Raccontare delle storie con un filo logico, coerentemente con il brand e i prodotti dell’azienda è o dovrebbe essere il nuovo modo di comunicare. Ormai c’è talmente tanto che è inutile proporre sconti e dire di continuo quanto siamo stati bravi, ma raccontare con degli elementi di novità e di qualità può fare la differenza non solo in termini di identità del marchio, ma anche per trasmettere dei messaggi che facciano riflettere, densi di significato.

Bravi.

Non è per sempre

Come nel brano Non è per sempre degli Afterhours tutto finisce anche il buio più pesto.
Se c’è una cosa che questo periodo ha insegnato è una resistenza incrollabile e un lento ritorno alla vita.

Comunicazione pubblicitaria

Non ci avevo pensato. Non avevo colto l’errore o meglio gli errori nella Campagna di Comunicazione di Chinotto Neri che non ripropongo per ragioni etiche. Uscita in occasione della festa del papà sta facendo molto discutere per i contenuti e per la grafica.

Pensare di essere i più creativi e giocare con il doppio senso sempre e comunque non va bene. Nel mondo della pubblicità non sempre si può osare o giocare a fare i creativi. Quando lo si fa ed è molto difficile esserlo, bisogna farlo con competenza e giudizio. Se si usa il doppio senso bisognerebbe farlo contestualizzandolo, non come se si fosse al bar. E senza volgarità. Questo è quanto.

Quarantine

Siamo tutti sulla stessa barca. Non credo. Se hai uno yacht e io una barca a remi, no, non siamo tutti sulla stesssa barca. Del resto stare a casa è bello, ma se intorno hai tutte le comodità e gli spazi è un conto, se hai una famiglia e vivi in 50 mq è diverso. E poi non siamo tutti sulla stessa barca solo quando fa comodo. Se fossimo tutti sulla stessa barca saremmo tutti trattati allo stesso modo.

Eroi. I medici e tutto il personale sanitario, i volontari, la protezione civile. Fanno il loro lavoro e anche di più, insieme a tanti altri, gli insegnanti, gli operai, gli impiegati delle aziende di trasporti e altri che non si sono mai fermati. Andrebbe ricordato più spesso e non solo nelle emergenze o perché agiscono in un contesto urgente, che lascia poco spazio all’improvvisazione. Se la Sanità fosse stata privata chi è ricco avrebbe potuto curarsi, chi è povero no. Pensiamoci.

Andrà tutto bene. Non è vero. E non è vero perché andiamo incontro a braccia aperte a una crisi economica più grave della precedente, sarà tutto fermo e ripartire non sarà semplice. Forse è ora di iniziare a fare i conti.

Lombardia. Il primo allarme su questo virus è dello scorso 8 gennaio 2020. Io spero che in Lombardia dopo questa emergenza, Attilio Fontana, Beppe Sala, Giorgio Gori e tutti gli altri abbiano il coraggio di dimettersi. Di dire: “Signori ho fatto degli errori gravi. Non ho saputo gestire questa emergenza. Dovevo chiudere tutto e prima”. #Milanononsiferma è stata un’idea folle. Un errore comunicativo imperdonabile e non si può nemmeno dare la colpa a Rocco Casalino, un po’ perché di colpe ne ha già tante, un po’ perché non c’entra davvero nulla. Arriverà anche il momento delle responsabilità e si spera arrivino presto anche le elezioni.

Operai: “Ecco, io sono una vite. Io sono una cinta di trasmissione, io sono una pompa! E non c’ho più la forza di aggiustarla, la pompa adesso! Io propongo subito di lasciare il lavoro. Tutti!”. Così diceva Lulù Massa nel film di Elio Petri “La classe operaia va in paradiso”. Un grande Gian Maria Volontè. Avrebbero dovuto fermarsi per primi gli operai e dovrebbero fermarsi per un bel po’, perché Confindustria, in tutta questa storia, ha molte responsabilità, molto gravi. E sono responsabili di morte e di dolore, ancora una volta. Scomparissero per sempre. E su questo non ci sono sconti, né discussioni e nemmeno opinioni. O almeno io non le accetto.

Controllo. Flash mob e caccia all’uomo dalle finestre sono diventati preoccupanti. Questa necessità di trovare un colpevole oltre noi mi lascia perplessa e mi dice molto sulla voglia di regime che hanno alcuni. E poco importa se fino a ieri ero quello che “Ma non bisogna fermarsi” mentre adesso “Ho visto una che andava a comprare solo il pane, non va beeeeneeee.” E fino a quando inoltre qualcuno sarà così egoista da pensare “Se proprio si deve ammalare qualcuno, ammalati tu e non infettare gli altri eh” non credo andremo molto lontano.

Smart working. L’alienazione totale dell’individuo. Tra poco non ricorderemo la faccia dei colleghi, il suono della loro voce, l’impegno di ogni giorno. Mi rattrista molto non potermi confrontare, non incontrare uno sguardo di intesa. Non poter condividere decisioni. O farlo solo a distanza. Mi fa soffrire tentare di spiegarmi in email lunghe e farraginose, che forse non verranno capite e rallenteranno problemi che si possono risolvere in pochissimo tempo.
Precisazione. Lo smart working non è nato per far risparmiare i genitori sulla baby sitter. Se hai un figlio, non puoi lavorare e contemporaneamente badare ai bambini. Non è fattibile. Bisogna organizzarsi e bisognerebbe dare sostegno concreto alle famiglie, ai genitori che lavorano, altro che 600 euro per la baby sitter. Molto di più.

Solitudine. Sentirsi soli è triste, stare soli e sentirsi soli è ancora più triste. C’è chi era in difficoltà prima e adesso vede il buio dentro e intorno. Le istituzioni li hanno dimenticati ma il supporto di personale qualificato dovrebbe essere garantito a tutti.

Le parole che ricorderò.

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